Se i tuoi amici non ti sopportano perchè continui a citare frasi tratte da film...sei un MOVIE JUNKIE.
Se il dilemma della giornata è che film guardare o riguardare...sei un MOVIE JUNKIE.
Se metti da parte i soldi per andare al cinema ripetute volte...sei un MOVIE JUNKIE.
Se passi la notte in bianco per guardare gli Oscar..sei un MOVIE JUNKIE.
Se l'unico passo della Bibbia che conosci è Ezechiele 25:17...sei un MOVIE JUNKIE.
Se sei stufo di prestare dvd ma non riesci a farne a meno "per diffondere il buon cinema"....sei un irrecuperabile MOVIE JUNKIE.
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martedì 6 gennaio 2015

Lo Hobbit un... trauma inaspettato

Eh si cari MJ tocca a me l’ingrato compito di recensire questa saga che grazie a Illùvatar è finalmente finita!

Avrei preferito farvi una simpatica video recensione ma purtroppo internet è venuto a mancare proprio in questo periodo, ma non dilunghiamoci in merito.
So che dopo aver letto questa recensione molti fan mi userebbero come sagoma al poligono ma, francamente non mi importa, perché è evidente che la saga per intero sia, e qui rubo una frase del ragionier Fantozzi, UNA CAGATA PAZZESCA!

Andiamo per ordine.

Non ho intenzione di cadere( almeno non subito) nell’insensato paragone tra questo titolo e quel capolavoro che è invece Il Signore Degli Anelli per diversi motivi( budget, cast ecc) anche perché non si possono nemmeno paragonare le storie dei due libri. Lo Hobbit è palesemente un romanzo incentrato sull’ avventura,un titolo per ragazzi, mentre il fratello maggiore è più complesso e secondo me più indicato a una cerchia di lettori più matura, direi quasi adulta. Detto ciò passiamo al primo titolo “Un viaggio inaspettato”.

Da subito notiamo delle cosucce non tanto piccole che fanno storcere il naso a chi come me si era fatto delle aspettative molto alte, da dove iniziare? Beh innanzitutto i nani non sono VERI NANI sono per la maggior parte dei figaccioni di statura ridotta, stereotipati all’ inverosimile, mal truccati, mal vestiti, potrei quasi dire mal pensati!( Gimli, lui incarnava per me la figura del vero nano) Continuo dicendo che se Lo Hobbit fosse stata una mostra fotografica mi sarebbe piaciuto molto di più.

 Il film appare eccessivamente lungo, nauseantemente pieno di effetti 3d e computer grafica, oddio, tutto ben realizzato ma devo dire che mi ha urtato e MOLTO anche perché il film non ne giovava affatto.

Passiamo poi  ai personaggi rovinati o mal realizzati…

Radaghast il bruno:  adesso mi chiedo e vi chiedo, a chi potrebbe venir in mente di rappresentare uno stregone( che sono 5 in tutta Arda e sono personaggi importanti, carismatici, potenti)  in quel modo? Un vecchio con la passione dei peyote pieno di cacca d’uccello,che vive da solo nel bosco, vabeh.

Azog:  questo “ orco pallido digitale “ con uno pseudo uncino, della serie porta in alto la mano segui il tuo capitano…altro vabeh.
La compagnia dei 13 nani:  eh si purtroppo il gruppo di protagonisti non mi è piaciuto quasi per niente se non uno due di loro, cosa mi ha fatto storcere il naso? Beh la loro realizzazione, io mi aspettavo i classici nani, cazzuti figuri barbuti con armature fighissime e asce scintillanti, invece chi mi becco? Kili, Fili ecc

E vabeh.

Che dire delle sequenze di combattimento, si son carine, ma se togliamo il sonoro( ecco l’ unica cosa convincente, le musiche)e ci mettiamo una qualche melodia pianistica Chaplin style…il gioco è fatto, ecco una clip comica.
Stendiamo un velo pietoso sulle scene al cospetto del re Goblin, veramente, non voglio aggiungere altro.

Salvo poche altre cose eccoci alla fine del film.

Prendiamo ora in considerazione la desolazione di Smaug, altra menata eterna ma qui i miei maroni ( per non essere troppo volgare) trovano ulteriori motivi per scendere al di sotto delle mie ginocchia e cadere fragorosamente a terra…

Legolas?Tauriel??Amore tra elfi e nani???? Jackson perché….dimmi perché?
L’unico pregio del film ,ma che comunque non posso prendere per intero, è appunto Smaug il Tiranno.

Lo trovo molto ben realizzato ed anche il doppiaggio è più che convincente….stop.
Dico sul serio Stop, non c’è altro, una vera e propria desolazione, peggio di Matrix Reloaded, non so , non mi escono parole in merito che non siano gemiti di sofferenza e parolacce belle grosse, si direbbe un film quasi più vuoto del precedente.

Per finire eccoci al cospetto de “ La battaglia delle 5 armate “ ( perché dire 5 eserciti come da libro è poco stiloso).

Doveva essere una fine epica… battaglie, momenti carichi di pathos, qualcosa che finalmente potesse far esclamare allo spettatore un WOW…
Invece nada, da apprezzare due cose in croce che in 3 ore di film si perdono nell’oblio della noia di tutto il resto.

Cosa dire per concludere, bah niente, sarà la classica saga che o si ama o si odia, io personalmente metterò i dvd( ehm si…li ho presi) sullo scaffale del dimenticatoio.

Pro:

Una Nuova Zelanda sempre più bella.
Modelli in computer grafica realizzati a regola d’arte.
Musiche stratosferiche.
Un Bilbo interpretato magistralmente.

Contro:

Eccessivamente lungo
Eccessivamente noioso
Effetti digitali che cozzano con tutto il resto così da rendere “finto” agli occhi dello spettatore anche quello che è vero/reale.
I nani non sono nani( e dire che sono i protagonisti).

La troppa libertà che si è preso il regista aggiungendo e cambiando cose.

Voto? no, meglio di no.

martedì 16 settembre 2014

Recensione in Anteprima: Sin City - Una donna per cui uccidere



Sono passati  9 anni dall'uscita di Sin City, riuscitissima collaborazione tra Robert Rodriguez e Frank Miller. Il film del 2005 diede in inizio ad una rivoluzione cinematografica, portando il mondo delle Graphic Novel per la prima volta sul grande schermo. L'ironico stile noir di Frank Miller, autore del fumetto,prendeva vita in modo originale e intelligente, rispettando meticolosamente vignette intere e creando così un vero e proprio prodotto di culto. 

Dal 2005 attendevo questo momento e non potevo essere più fortunata...Grazie ad un contest indetto dalla Lucky Red, ho avuto la fortuna di presenziare all'anteprima italiana di A Dame To Kill For, il secondo lavoro dei  due registi insieme. Io e la mia compagna di (dis)avventure Elanor siamo quindi andate all'avanscoperta nel cinema The Space della capitale, dove abbiamo avuto l'onore di incontrare Miller e Rodriguez in persona! 


In A Dame To Kill For Rodriguez riutilizza le tecniche stilistiche del primo film con lo stesso entusiasmo, dando vita ad un vero e proprio spettacolo visivo intriso di dramma e passione. 
In questo secondo capitolo si intrecciano 4 storie: A Dame To Kill For e Just Another Saturday Night, entrambe tratte dai fumetti originali di Miller, The Fat Loss e The Long Bad Night, queste ultime ideate apposta per il lungometraggio.
Durante la visione ci si imbatte in vecchi volti familiari e ad aprire le macabre danze di Sin City 2 è proprio l'antieroe Marv, un azzeccatissimo Mickey Rourke  sempre pronto a rompere qualche ossa.
Rivediamo la bella Nancy (Jessica Alba) nelle sue mosse, ma ha perso quella candida fragilità e vive tormentata dal fantasma di Hartigan (Bruce Willis), sacrificatosi per salvarla dallo spietato senatore Rourke.


Ci vengono presentati anche degli interessanti personaggi nuovi; l'affascinante Joseph Gordon-Levitt interpreta in modo sublime Johnny, giocatore d'azzardo "bello e dannato", Josh Brolin sostituisce Clive Owen nei panni di Dwight (con la sua "vecchia faccia") e infine una magnetica Eva Green veste i panni di Ava Lord, pericolosa Femme Fatale.
Queste new entry si conglomerano perfettamente nel cupo universo di (Ba)Sin City, accentuandone quella nota di disperazione e desolazione.
Ogni anima è intrappolata nella "vignetta" della città del peccato e, per quanto possa lottare, si respira costantemente l' incapacità di uscire da una spirale di violenza.
In A Dame To Kill For il mondo di Sin City continua a vivere nell'impronta visiva che lo contraddistingue, muovendosi in un cupo bianco e nero, illuminato occasionalmente da sprazzi di colore - impossibile non rimanere incantati dagli occhi iniettati di verde veleno di Eva Green. 


Il 3D è spettacolare e, in questo caso, impreziosisce ulteriormente la qualità del prodotto, carente talvolta sotto il punto di vista della narrazione. La volontà di raccontare più vicende, già incontrata nel lavoro del 2005, diventa qui quasi una forzatura e i racconti rischiano di diventare fine a se stessi, con finali spesso troppo frettolosi e azzardati. 
Il grande limite di Sin City 2 è, però, una sorta di "effetto emulazione"; ciò che faceva brillare gli occhi per innovazione e genialità rischia di diventare monotono in questo sequel.

Se si evita il paragone con il capolavoro del 2005, i veri fan del genere non rimarranno comunque delusi dal nuovo lavoro di Rodriguez e Miller. Un piacevole connubio delle atmosfere dark del fumetto e la raffinatezza noir  tipica di un buon thriller consolidano il valore dell'opera, facendo sì che si perdonino le lacune nella sceneggiatura.  
Io, da fan dei lavori di entrambi i registi, non ho potuto resistere al ritorno di quella macabra ironia e della sporca sensualità, che va a braccetto con la violenza nella città del peccato...

Sin City - Una donna per cui uccidere uscirà nelle sale italiane il 2 ottobre 2014.



VOTO MOVIE JUNKIES: 7/10

martedì 29 aprile 2014

Recensione: Miss Violence - Dance me to the end of love

Titolo: Miss Violence
Regia: Alexandros Avranas
Cast: Themis Panou, Rafika Chawishe, Christos Loulis
Anno: 2013

Miss Violence: forse il film più discusso della 70 Mostra del Cinema...e io me l'ero perso. In realtà avevo in programma di guardarlo durante il Festival, ma tra l'aleggiare di commenti disgustati e l'accavallarsi di altre proiezioni ne avevo fatto tranquillamente a meno. Il giorno delle premiazioni il Leone D'Argento per la regia viene assegnato proprio a questo film e la Coppa Volpi all'interprete Themis Panou: OK. FORSE DOVEVO VEDERLO. Solo ora, finalmente, ho recuperato e sono davvero grata di averlo fatto.


Undici anni si compiono una volta sola. Torte, candeline, fotografie e balli in famiglia. Poi la festeggiata sorride e si butta dal balcone. Sulle strazianti note di Leonard Cohen si apre così Miss Violence, lancia il sasso e lascia in sospeso lo spettatore ignaro. In un' ambientazione asettica, con l'aleggiare di una forte tensione, il regista ci svela poco a poco la quotidianità di una famiglia e dei segreti che si celano dietro una facciata di finto perbenismo. Dopo il terribile atto dell'undicenne, infatti, si intuisce facilmente da subito che qualcosa non quadra nelle abitudini della famiglia, ma non si è in grado di coglierne fino in fondo il motivo. La purezza puerile è contrastata con il terrore patriarcale in una sempre più inquietante routine familiare e nel rappresentare ciò appare la maestria del regista. Alexandros Avranas riesce a percorrere lentamente quest'orrore quotidiano fatto di silenzi, di giochi forzati e di vaghe promesse non mantenute (la gita in spiaggia che tutti aspettano, ma che non arriva mai). In una casa dove secondo il pater familiae "non c'è niente da nascondere" la puzza di marcio arriva però oltre lo schermo. La freddezza dei rapporti (dis)umani mette paradossalmente in gioco l'emotività dello spettatore fino a dilaniarla in una cruda morsa finale. Miss Violence non è un film per tutti, è marcato da una forte violenza psicologica che si infonde di soppiatto nello spettatore, narrata lentamente dall'occhio preciso del regista con un interessantissimo stile narrativo. 
Consiglio di riguardare il trailer (che rappresenta l'inizio stesso di Miss Violence) dopo la visione del film; con il senno di poi, ogni singolo dettaglio è agghiacciante. Dance me to the end of love è la ciliegina malinconica della fine di un'infanzia, forse mai vissuta.



VOTO MOVIE JUNKIES: 8/10

domenica 20 aprile 2014

A Pasqua non si ozia, ecco la recensione di The Grandmaster

Proprio l'altro giorno ho acquistato questo film nel mio negozio di fiducia…



Essendo io fan del maestro e praticante stesso di arti marziali non potevo farmi scappare questo ennesimo titolo( i film sul maestro Ip sono quattro escluso quest’ ultimo)me lo sono guardato subito e… che dire, non mi è piaciuto quasi per niente.

Chi ha seguito gli Oscar si ricorderà di questo titolo, infatti era candidato a ben due premi, uno per la miglior fotografia e l’ altro per i migliori costumi.

Il film inizia con uno scontro in strada sotto una pioggia torrenziale tra quello che dovrebbe essere il protagonista e i suoi molteplici avversari. Qui si viene già colpiti da qualcosa di positivo,la fotografia e il gusto delle riprese e della grammatica visiva sono fantastiche(ben meritata quindi la nomination)e saranno così per tutta la durata della pellicola,ma arrivano anche le prime note dolenti…

Perché diavolo tutti sti cinesini vogliono prendere a mazzate il “ protagonista non protagonista?” la riposta è un clamoroso e sonoro BOH!Andando avanti le cose non migliorano, la storia viene sviluppata in modo caotico dando più spazio ad altri personaggi come la figlia del maestro Gong ( Ziyi zhang) ed altri come il “ rasoio”  e il “ cattivo” Massan, usurpatore del nome e dell’ onore della famiglia Gong, il maestro Ip dov’ è?cosa fa? Nulla, passa in secondo piano SEMPRE. Lo si vedrà poco o nulla dall' inizio alla fine del film, infatti l protagonista diventa Ziyi con la sua faida famigliare. Nello sviluppo di questa pellicola altre due cose colpiscono positivamente ora che mi ci soffermo un attimo,la prima è che la maggior parte dei dialoghi è in toni profondi e con grandi richiami alla filosofia orientale, la seconda sono i duelli, i combattimenti, molto curati e non occupano uno spazio eccessivo. Purtroppo basta così.

Il film è lento, noioso, viene dato troppo poco spazio alla caratterizzazione di alcuni dei personaggi( vedi Ip Man  e questo fantomatico uomo detto Rasoio)per quanto mi riguarda, se fosse stata un mostra fotografica invece di un film mi avrebbe impressionato positivamente molto di più, ma aimè non è così. Devo essere sincero però, non sapevo cosa aspettarmi ( più o meno azione, più o meno introspezione ?) però la delusione c’è stata. Ripeto la componente artistica è immensa, infatti personalmente vorrei vedere questa cura in più film e non solo del genere, sarei rimasto soddisfatto se:

1)non fosse compreso il nome di Ip Man
2) se si fossero mantenute le promesse( è stato un film chiacchieratissimo)
3) se non fosse stato eletto come FILM DEFINITIVO SUL KUNG FU!

Io ho detto la mia , voi che mi dite?

martedì 8 aprile 2014

Recensione: Parkland - mosaico incompleto del caso Kennedy

Titolo: Parkland
Regia: Peter Landesman
Cast: Paul Giamatti, Zac Efron, Billy Bob Thornton, Jacki Weaver, Tom Welling
Anno: 2013

Ciao Movie Junkies! Prima di tutto mi scuso per l'assenza, mi sono dileguata a Londra per un po' ma non ho dimenticato il nostro amato cinema...anzi! Ho comprato una sorta di "diario cinefilo" nel quale appunterò ogni commento a caldo durante la visione dei film...quindi aspettatevi molte succose recensioni ;)

Nel frattempo vi lascio il mio parere su Parkland, film presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e successivamente trasmesso su Rai Tre per celebrare i 50 anni dalla morte di Kennedy. Leggendo tra i vari nomi del consistente cast capirete già che qualcosa stride; affiancati a grandi attori quali Paul Giamatti e Jacki Weaver spuntano i bambolotti Zac Efron e Tom Welling. Non sono una loro sostenitrice ma ci ho provato, ho tentato di dare loro una chance con questo film apparentemente impegnato (rispetto alla maggior parte dei loro lavori precedenti). Diciamo che la mia opinione su di loro non è variata...da capitano della squadra di basket a medico intento a salvare Kennedy, qualche emozione diversa sarebbe stata gradita sul bel visino di Zac! Non voglio annoiarvi con ulteriori ciance, ora sta a voi giudicare!


Il 22 novembre 1963 viene ucciso il presidente Kennedy a Dallas, lasciando l’America sotto shock. Peter Landesman sceglie di parlare delle vicende umane che circondano il tragico avvenimento, concentrandosi sulle storie di diversi personaggi direttamente o indirettamente legati ad esso. Appaiono così il punto di vista e le reazioni dei medici del Memorial Hospital Parkland, nel quale è stato ricoverato il presidente dopo l’attentato, dei servizi segreti, della famiglia dell’assassino, lasciando spazio anche alle vicissitudini di Abraham Zapruder, l’unica persona in  possesso delle riprese della sparatoria. Con il susseguirsi di questi episodi, presentati in maniera frammentaria, vi è il tentativo di raccontare la drammaticità dell’accaduto in senso ampio; nel voler dar voce a queste diverse realtà, però,si finisce per spiegarle in modo sbrigativo e talvolta un po’ confusionario, cadendo in qualche cliché.
Parkland è un film corale, la moltitudine dei personaggi presenti in scena e la mancanza di uno spessore psicologico nella maggior parte di essi fanno sì che si eclissino l’uno con l’altro, rendendo difficile l’empatia da parte dello spettatore e limitandone quindi il coinvolgimento.

Peter Landesman è riuscito nell’impresa di raccontare alcuni aspetti interessanti e curiosi del caso Kennedy, manca però la scintilla, quel particolare che emoziona davvero; Parkland si ferma alla superficie, mentre avrebbe potuto evitare qualche forzatura da “americanata” e scavare di più in queste piccole grandi storie. 


VOTO MOVIE JUNKIES: 6.5/10


mercoledì 12 marzo 2014

Recensione: Her - una love story 2.0

Titolo: Her
Regia: Spike Jonze
Cast: Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde
Anno: 2013




Finalmente domani esce nelle sale italiane Her, poetica storia d'amore di Spike Jonze. Non aspettatevi la solita melodrammatica love story, piena di clichè e sentimentalismi, ma nemmeno una futuristica storia fantascientifica...Her è qualcosa che va oltre gli schemi tradizionali pur conservando una gran semplicità. Con un sublime (come sempre, d'altronde!) Joaquin Phoenix e la calda voce di Scarlett Johansson, questo mi ha letteralmente conquistata e non posso fare a meno di tentare di convincervi ad invadere le sale di ogni cinema domani ;)


In un futuro non lontano, Theodore Thwombly lavora come scrittore di lettere per conto di altre persone. Le detta con sentimento, come se conoscesse l’essenza più profonda di ogni individuo, ad un computer che successivamente le stampa. Theodore appare fin dall’inizio un uomo dall’animo sensibile e bisognoso di affetto, cerca conforto nei videogiochi e nelle linee erotiche per compensare il vuoto lasciato dal divorzio con l’ex moglie. Incapace di andare avanti dopo la rottura e alla ricerca di conforto, decide di installare sul suo computer un nuovo sistema operativo di “intelligenza artificiale”; OS1, con un approccio intuitivo, promette di ascoltare, capire e consigliare, proprio come un essere umano.
Attraverso una serie di affrettate domande di natura psicologica OS1 crea Samantha, una sensuale voce femminile capace di conquistare Theodore in un batter d’occhio grazie alla perspicacia e all’ironia che la contraddistinguono da subito. Samantha si evolve continuamente man mano che si interfaccia con Theodore e in poco tempo il rapporto con la calda voce “virtuale” si trasforma in qualcosa di intenso e complesso. Iniziano così una storia d’amore, legati da una forte empatia ma ostacolati dall’impossibilità di un contatto fisico.
Spike Jonze racconta una futura (ma non troppo) Los Angeles dove chi passeggia per strada conversa allegramente con un dispositivo portatile, dove la lotta interiore di ogni essere umano è aiutata dalla tecnologia. I rapporti con le altre persone sembrano fragili e complicati, come si scorge dalla relazione di Theodore con la ex moglie. Ma ciò che nella vita reale crea instabilità, nell’utopia virtuale trova la propria serenità.
Il film è caratterizzato da un  alone nostalgico, enfatizzato dalla poetica colonna sonora, nella continua ricerca di sentimenti veri che paradossalmente Theodore trova nel supporto digitale. Il protagonista, interpretato da un empatico Joaquin Phoenix, conserva un candore e una fragilità d’altri tempi, in contrasto con la ridondante presenza della tecnologia.

L’intento del regista non sembra però quello di dare dei giudizi riguardo al rapporto tra l’uomo e il mondo digitale; nella sua semplicità Her racconta con eleganza una storia d’amore, composta da sentimenti contrastanti, passione, sofferenze e piccole (ma immense) gioie.
Her è un gioiellino che avvolge lo spettatore più sensibile, facendolo sentire protagonista di questo introspettivo e solitario percorso dove si sorride ci si commuove in modo onesto.

VOTO MOVIE JUNKIES: 10/10

venerdì 28 febbraio 2014

Recensione: Gravity - lo spazio come specchio dell'anima

Titolo: Gravity
Regia: Alfonso Cuaron
Cast: Sandra Bullock, George Clooney
Anno: 2013


Ok, lo ammetto: a me Gravity non ha entusiasmato particolarmente. Non sono la fan numero uno di Sandra Bullock sul grande schermo (come persona, invece, la trovo adorabile!), ma non ero partita prevenuta, ve lo assicuro. Anzi, le mie aspettative erano fin troppo alte a causa dell'interessante Children of Men, forse è stato quello il mio errore iniziale. Questa premessa per dire che nello scrivere questa recensione ho cercato di essere il più obiettiva possibile. Buon viaggio ;)

                                     

Matt Kowalsky è un astronauta esperto, si diverte ad affrontare l’ultima delle tante operazioni di manutenzione, come se fosse un gioco. Al contrario, la scienziata Ryan Stone si trova spiazzata ad affrontare la sua prima missione nello spazio, le condizioni di salute dovute al viaggio non la aiutano, ma si dedica comunque a completare il suo lavoro. Il tono scherzoso di Matt rende l’atmosfera rilassata, amichevole, facendo dimenticare quanto inospitale possa essere il cosmo. Nello spazio è impossibile vivere, cita una frase all’inizio del film, le circostanze lo confermano. I due protagonisti si ritrovano travolti da una tempesta di detriti, che distrugge tutto ciò che hanno attorno. Ogni contatto con la terra sembra vano. Inizia così la loro lotta per la sopravvivenza in uno spazio così immenso, ma allo stesso tempo così claustrofobico, tale da trasmettere allo spettatore le stesse sensazioni di angoscia vissute dai protagonisti. L’ossigeno diminuisce rapidamente, l’obiettivo è quello di raggiungere un’altra base per tentare un ritorno sulla terra, ma solamente Ryan si ritroverà nelle condizioni per riuscirci. Le strade di Ryan e Matt si dividono, costringendo la dottoressa ad usare il suo istinto di sopravvivenza nella solitudine del buio sconfinato.
Gravity è un viaggio attraverso l’introspezione, le incertezze e le paure, ma anche una metafora sulla voglia di vivere e sulla forza di volontà. Ryan Stone passa dall’ essere una vittima, schiacciata dalla tacita violenza dello spazio (e del suo passato), per poi reagire, diventando così una guerriera. La speranza la guida nella strada verso la salvezza e verso un nuovo inizio. Il film gioca forse un po’ troppo su questi aspetti, tentando di instaurare nello spettatore una sorta di empatia con il personaggio interpretato dalla Bullock, ma questo legame si perde lungo il percorso e gli aspetti emotivi appaiono forzati. L’aria nostalgica e malinconica che pervade la seconda metà del film fa perdere quella sorta di autorevolezza delle scene iniziali, sminuendo in qualche modo la credibilità della sceneggiatura con il rischio di cadere in molti cliché.

Non per questo c’è da togliere un grande merito alla regia di Cuaron; la destrezza e la passione del regista messicano traspariscono in una grafica esplosiva, in grado di trasportare lo spettatore nell’inospitale ma incantevole spazio; le cronache televisive e gli altri film ce l’hanno raccontato, Cuaron ci ha accompagnati attraverso. 

VOTO MOVIE JUNKIES: 6/10

giovedì 27 febbraio 2014

Recensione: Locke - un uomo, una macchina e la cosa giusta da fare.

Titolo: Locke
Regia: Steven Knight
Cast: Tom Hardy
Anno: 2013



Forse a molti di voi il nome Steven Knight non dice molto. Se però vi nomino La Promessa dell’Assassino, superbo noir di David Cronenberg, e vi dico che la sceneggiatura è stata scritta proprio dallo stesso Knight, potrebbe iniziare a suscitarvi un certo interesse. Ecco,è proprio quello che è successo a me alla presentazione del film Locke a Venezia 70. Nel cast c’è il “bello e dannato” Tom Hardy, che nella sua carriera da attore ha fatto una scelta azzeccata dietro l’altra. Scopro che il cast fisico è composto esclusivamente da lui e che il film è ambientato in una macchina. Wow. La mia curiosità è alle stelle, e la vostra?




Un uomo in una Bmw guida nella notte, sicuro del cammino che sta percorrendo, ma soprattutto delle scelte che deve  prendere. Si allontana dalla sua vita soddisfacente, dalla famiglia felice che lo attende a casa per guardare una partita, dal lavoro sicuro nel quale è amato e rispettato. Nella solitudine di un’autostrada Ivan Locke abbandona tutto ciò che conosce, per confrontarsi con la propria coscienza, dirigendosi in un ospedale lontano da casa per dare un nome al figlio che sta per avere da una donna che non ama. Durante il tragitto si trova a dover gestire una serie di telefonate, attraverso le quali si confronterà con le problematiche causate dalla sua irremovibile decisione; dovrà affrontare l’argomento con la moglie, calmare la donna che sta per avere il figlio e monitorare a distanza il lavoro più importante della sua carriera lavorativa. Le voci degli interlocutori lo accompagnano al cellulare,tra incredulità, rabbia e delusione, in un intenso susseguirsi di dialoghi. Nel confrontarsi con le diverse sfaccettature della vicenda, Ivan Locke appare come un uomo deciso e onesto, ma nel profondo nasconde una forte fragilità, un vuoto che deve colmare. Con un perfetto equilibrio di silenzi, suoni, musiche e dialoghi, Locke di Steven Knight coinvolge, emoziona e fa riflettere. Tom Hardy regge la scena in modo incisivo per tutta la durata del film (un solo piano sequenza), riuscendo nell’impresa di stabilire un contatto con lo spettatore; durante la visione sarà difficile non appassionarsi al dramma personale di Ivan Locke.
Sebbene Locke sia stato presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, personalmente lo considero il vincitore morale della 70° edizione.

Il film uscirà nelle sale statunitensi il 18 aprile 2014 ma non si sa ancora niente riguardo alla distribuzione italiana. Però vi posso dire una cosa: guardatelo rigorosamente in lingua originale, nemmeno il doppiaggio più riuscito  riuscirà mai a rendere giustizia alle profonde sfumature dell’interpretazione di Tom Hardy. 

VOTO MOVIE JUNKIES: 10/10